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PERSONAGGI FAMOSI

ELEONORA DUSE
La bambina che faceva la "commediante" su qualche palco miserabile in una piazza di paese, adesso era una Diva. Era il modello da imitara per le tante adolescenti che la adoravano. La miseria era finita. Una volta per tutte. Anche se certe cose 'una volta per tutte' non finiscono mai. Si annidano nei ricordi, perforano la carne, si addentrano nel corpo. E lo ammorbano dall'interno. Eleonora Duse era irrimediabilmente malata di tubercolosi. Nei suoi polmoni tirava ancora il vento gelido di quando era piccola e aggirava, vestita a lutto, la paura della morte. E a peggiorare le cose, più tardi, si era aggiunta anche una violentissima forma d'asma. Di questa difficile situazione ne parla uno fra i dottori più fidati della Duse. Il giovane medico bolognese Gino Ravà che, in una lunga lettera, racconta anche un piccolo aneddoto legato alla vita dell'attrice:
"Vado e la trovo in uno stato pietoso. asma, espettorazione purulenta abbondantissima, depressione nervosa tale da non lasciarle azzardare a viaggiare da sola. La convinco facilmente a partire con me. Bisognava rimetterla in forze fisiche e morali; aveva necessità di un luogo tranquillo e pieno di conforto: pensai di condurla la lago di Dobbiaco ove era un albergo adatto. Ricordo sempre il nostro arrivo col treno a Dobbiaco e l'attesa lunga, e per la Duse penosissima, cui fummo obbligati per ottenere una vettura che ci conducesse al lago, distante tre chilometri. Eravamo seduti davanti all' unico albergo riaperto allora dopo le distruzioni della guerra, e Eleonora attendeve seccata e sofferente, quando vidi giungere una automobile di lusso aperta, sulla quale erano un uomo aitante e una giovane signora. Si fermano e si slanciano meravigliati a salutare la Diva. Egli le bacia la mano e la giovane le se inginocchia davanti piangendo. Io mi trattengo in disparte. Si trattava della popolarissima giovane attrice Vera Vergani e del drammaturgo e regista Dario Niccodemi. Dopo averla salutata con grande effusione, i due risalirono sulla loro costosa automobile e ripartirono. L'amaro commento della Duse fu: "Queste giovani attrici quando mi vedono piangono per la commozione! Tenessero le lacrime per altro!". "Signora - le dissi - siamo qui disperati perchè non riusciamo atrovare una carrozzella e lei si lascia sfuggire quella bella automobile". Sorrise, Non ci aveva pensato. Così facilmente dimenticava a un tratto sè stessa. E forse fu questa facoltà portentosa che l'aveva resa la più grande attrice del suo tempo....".
FRYDERYK CHOPIN
Anche il famoso compositore, che già a sette anni era in grado di comporre e pubblicare musica, era malato di tubercolosi polmonare ma anche vittima delle inside dell'asma.
Già a ventiquattro anni la malattia dava i primi segni della sua comparsa: "Chopin assomiglia alla sua musica" si dirà. E' delicato di corpo e di spirito profondamente triste. "La delicatezza e la trasparenza del suo incarnato - continua List nella "Vita di Chopin" - seducevano l'occhio, i suoi capelli biondi erano serici, i suoi gesti erano aggraziati e multipli, il timbro della sua voce un poco smorzato. E' indubbio che la malattia si traducesse, attraverso il suo sensibilissimo corpo, come scorrendogli fuori dai polsi, fino alle dita, nella musica che andava
creando. Quel modo etereo di suonare e, di contrasto, la sorprendente vivacità delle sue improvvisazioni, ne davano la conferma. Ad un certo punto della vita, la tisi e l'asma, unite al pressante mal di testa, le bronchiti e tutta la processione dei mali abituali, si aggravarono così penosamente da condurlo, ad un tratto sul precipizio delle allucinazioni uditive: gli sembrava di sentire l'eco delle campane della chiesa "che suonano a morte per il suo funerale".
Fu in queste condizioni che compose la stupenda sonata in Si Be Molle di cui fa parte la Marcia Funebre.
Superata, approssimativamente, la crisi, continuava a tossire. L'aria gli mancava all'improvviso, l'asma lo strozzava. Eppure, contro il consiglio dei medici, Chopin non rinunciò a dare dei concerti. E del resto, come avrebbe potuto, vista la sua situazione economica? La musica fu la prima a risentirne. Il celebre tocco dell'artista al pianoforte si faceva via via più debole, tanto che lo si riusciva a sentire a malapena. E inoltre, ogni volta che si alzava, alla fine del concerto, era pallido e così stanco che gli ci voleva un bel po' per riprendersi e per capire ciò che stava accadendo attorno a lui.
(Raffaella Araldi. Dai celebri asmatici del passato al futuro del respiro. Antea edizioni).
LUDWYNG VAN BEETHOVEN
Il grande musicista sordo annorevava tra le sue innumerevolo malattie (molte delle quali di possibile natura nervosa) anche l'asma. del resto il primo attacco d'asma - una grave forma febbrile - gli sconquassò il petto a sedici anni, subito dopo la morte della madre. Così egli stesso scriveva: "Dal mio ritorno a Bonn ho goduto poche ore serene. Tutto questo tempo sono stato afflitto dall'asma; temo anzi, che sia il principio della tisi: A questa si è aggiunta la malinconia che per me è una sofferenza grave quasi quanto la malattia stessa"
L'asma di Beethoven si presentava, sin dall'inizio, allacciata ai disturbi emotivi. L'asma si manifestava, nel suo caso, soltanto in coincidenza di un particolare stato d'ansia. Anche per lui (come per Proust) diventava l'espressione fisica, fatta in qualche modo palpabile, del male di vivere. Si collegava invisibilmente ma profondamente ai segreti sotterranei della personalità, del sistema nervoso, dell'inconscio. (Raffaella Araldi. Dai celebri asmatici del passato al futuro del respiro. Antea edizioni).
 
GIACOMO LEOPARDI
Un malato corroso da una vera infinità di disgrazie e da una natura matrigna, che lo rendeva brutto, era Leopardi: piccolo, bobbetto, pallido, storto, sofferente, ma stranamente ghiottissimo. Ghiotto di dolci, di gelati, di zucchero come un bambino che se ne infischia altamente del rimprovero degli adulti. Anche lui negli ultimi anni di vita, già logorato da diversi mali, aveva fatto la spiacevole conoscenza di "quell'atroce divinità" chiamata asma.
Sono stato colpito per la prima volta - scrive il poeta - da un vero e legittimo attacco d'asma che mi ha impedito di camminare, di giacere, e di dormire". Ma questo però, non gli aveva smorzato il piacere di gustare, di assaporare, di ingoiare quelle leccornie belle, dai colori pastello, squisite sul cucchiaino portato alle labbra, che gli erano così gradite da non poter rinunciare alla loro consolazione. Unica, probabilmente, in quel mare infinito di tribolazioni. "Per i gelati era un furore: più i medici minacciavano sputi sanguigni, bronchiti e vomiti, più il furore cresceva".
 
Sta per avere inizio l'estate del 1837. E insieme con l'estae esplode a Napoli una terribile epidemia di colera. Leopardi si trasferisce fuori Napoli alla villa Ferrigni, alle falde del Vesivio (qui il poeta aveva scritto anni prima La Ginestra). Quel pomeriggio del 14 giugno, dopo aver dettato all'amico Ranieri il Tramonto della Luna, Giacomo si avvicina alla tavola e mangia una granita. Non l'ha finita che esclama, tenendosi il petto: "Mi sento crescere l'asma!". Al dottor Mennella, la sola cosa che resta da fare è mandare a chiamare il prete.
E' difficile dire quanto l'asma abbia influenzato la produzione letteraria di Leopardi. Ma di certo la lunga schiera di malattie da cui era afflitto contribuì ad una visione pesantemente negativa dell'esistenza. E ancora, negli ultimi anni, la comparsa di un'asma insopportabile che leopardi considerava "nervosa" ma che era, probabilmente, di origine cardiaca, danno il quadro di una vita infernale. E non è esagerato definirla in questo modo.
(Raffaella Maynardi Araldi. Dai celebri asmatici del passato al futuro del respiro. Antea edizioni)
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