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IL CLISTERE CON FUMO DI TABACCO
NELLA RIANIMAZIONE DEGLI ANNEGATI

di Bruno Domenichelli in "Cuore e Salute" n.10, 2002
Clistere di fumo di tabacco. Fine XVIII secolo. Museo di storia della Medicina, Zurigo.

Chi ha detto che il fumo di tabacco fa solo mare? Leggendo la storia della medicina si apprende invece che il fumo può "salvare la vita", come il telefonino di una nota pubblicità televisiva.
In verità le vie di introduzione nel corpo del fumo di tabacco non sono in questi casi quelle tradizionali, ma gli effetti, assicuravano i sostenitori del metodo, potevano essere risolutivi in situazioni altrimenti disperate. Il colmo è che, con queste specifiche indicazioni, fossero proprio le autorità sanitarie a prescrivere l'uso e a diffondere la salvifica pratica. Ma è necessario un passo indietro.
La storia comincia nella Venezia del '700: città d'acque e di annegati, se è vero, oltretutto, che, come affermano i cronisti dell'epoca, i veneziani non eccellessero nella pratica del nuoto. Un problema particolarmente sentito dal "Magistrato della Sanità" della Repubblica Veneta, vero e proprio Ministro della Salute dell'epoca, il quale, per mezzo di specifici decreti (Terminazioni), cercava di regolare la prassi della rianimazione degli annegati, codificata dalla medicina dell'epoca in numerose pubblicazioni, come quella del "collega" Francesco Vicentini, che scriveva nel 1768: "Memorie intorno al metodo di soccorrere i sommersi".
In particolare, nell'ultimo quarto del '700, fu distribuito capillarmente a Venezia, su ordine del Magistrato della Sanità un apparecchio, una specie di mantice con l'aspetto di un soffietto da caminettoe che consentiva manovre di respirazione artificiale.
In un secondo tempo l'apparecchio fu perfezionato sotto forma di "mantice doppio, da usare sia per la respirazione artificiale che per il "clistere con fumo di tabacco". Dei nuovi strumenti, migliorati per permettere di insufflare una quantità di fumo maggiore e custoditi in cassette di sughero, fu ordinata a Venezia l'installazione, intorno al 1770, anche a bordo delle imbarcazioni in servizio nella Laguna. Di "soffietti fumigatori, da tenere in deposito presso le spezierie della città, per essere usati in caso di necessità", parla anche Vicentini nel suo citato trattato.
Resta solo da sperare che le condizioni di incoscienza impedissero agli annegati dell'epoca di rendersi conto che lo stesso strumento veniva usato sia per la respirazione artificiale che per il clistere!
La pratica del clistere con fumo di tabacco si era peraltro già diffusa in Europa dal 1740, tanto che i diversi Autori dell'epoca avevano creati apparecchi delle più varie fogge da utilizzarsi per i clisteri di fumo.
I cerusici dell'epoca (Utrecht, 1768), avevano anche creduto di individuare i meccanismi farmacodinamici della pratica rianimatoria col fumo, affermando che "il forte stimolo dell'intestino attraverso il fumo di tabacco e il conseguente stiramento e movimento dello stesso si estende ai muscoli intestinali e al diaframma, fino a che il torace si spande di nuovo, e il respiro riprende".
I trattati dell'epoca non riportano peraltro statistiche evidence based sulle percentuali dei successi così ottenuti. Come tante altre mode terapeutiche il clistere di tabacco scomparve dall'uso clinico, travolto dall'avanzare della medicina scientifica, intorno alla metà dell'800.
Non c'è quindi più alcun motivo per dubitare che abbiano ragione i moderni epidemiologi quando affermano che il fumo fa male qualunque sia l'orifizio attraverso il quale venga introdotto.


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