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Chi ha
detto che il fumo di tabacco fa solo mare? Leggendo la
storia della medicina si apprende invece che il fumo può
"salvare la vita", come il telefonino di una
nota pubblicità televisiva.
In verità le vie di introduzione nel corpo del
fumo di tabacco non sono in questi casi quelle tradizionali,
ma gli effetti, assicuravano i sostenitori del metodo,
potevano essere risolutivi in situazioni altrimenti disperate.
Il colmo è che, con queste specifiche indicazioni,
fossero proprio le autorità sanitarie a prescrivere
l'uso e a diffondere la salvifica pratica. Ma è
necessario un passo indietro.
La storia comincia nella Venezia del '700: città
d'acque e di annegati, se è vero, oltretutto, che,
come affermano i cronisti dell'epoca, i veneziani non
eccellessero nella pratica del nuoto. Un problema particolarmente
sentito dal "Magistrato della Sanità"
della Repubblica Veneta, vero e proprio Ministro della
Salute dell'epoca, il quale, per mezzo di specifici decreti
(Terminazioni), cercava di regolare la prassi della rianimazione
degli annegati, codificata dalla medicina dell'epoca in
numerose pubblicazioni, come quella del "collega"
Francesco Vicentini, che scriveva nel 1768: "Memorie
intorno al metodo di soccorrere i sommersi".
In particolare, nell'ultimo quarto del '700, fu distribuito
capillarmente a Venezia, su ordine del Magistrato della
Sanità un apparecchio, una specie di mantice con
l'aspetto di un soffietto da caminettoe che consentiva
manovre di respirazione artificiale.
In un secondo tempo l'apparecchio fu perfezionato sotto
forma di "mantice doppio, da usare sia per la respirazione
artificiale che per il "clistere con fumo di tabacco".
Dei nuovi strumenti, migliorati per permettere di insufflare
una quantità di fumo maggiore e custoditi in cassette
di sughero, fu ordinata a Venezia l'installazione, intorno
al 1770, anche a bordo delle imbarcazioni in servizio
nella Laguna. Di "soffietti fumigatori, da tenere
in deposito presso le spezierie della città, per
essere usati in caso di necessità", parla
anche Vicentini nel suo citato trattato.
Resta solo da sperare che le condizioni di incoscienza
impedissero agli annegati dell'epoca di rendersi conto
che lo stesso strumento veniva usato sia per la respirazione
artificiale che per il clistere!
La pratica del clistere con fumo di tabacco si era peraltro
già diffusa in Europa dal 1740, tanto che i diversi
Autori dell'epoca avevano creati apparecchi delle più
varie fogge da utilizzarsi per i clisteri di fumo.
I cerusici dell'epoca (Utrecht, 1768), avevano anche creduto
di individuare i meccanismi farmacodinamici della pratica
rianimatoria col fumo, affermando che "il forte stimolo
dell'intestino attraverso il fumo di tabacco e il conseguente
stiramento e movimento dello stesso si estende ai muscoli
intestinali e al diaframma, fino a che il torace si spande
di nuovo, e il respiro riprende".
I trattati dell'epoca non riportano peraltro statistiche
evidence based sulle percentuali dei successi così
ottenuti. Come tante altre mode terapeutiche il clistere
di tabacco scomparve dall'uso clinico, travolto dall'avanzare
della medicina scientifica, intorno alla metà dell'800.
Non c'è quindi più alcun motivo per dubitare
che abbiano ragione i moderni epidemiologi quando affermano
che il fumo fa male qualunque sia l'orifizio attraverso
il quale venga introdotto.
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